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Da Sofia al Montenegro la grande cappa dello smog

di Stefano Giantin

Stufe a carbone, vecchi diesel e centrali obsolete. Il 78% dei bulgari respira Pm10 oltre i limiti contro la media Ue del 19%. A Skopje 1300 morti all’anno

BELGRADO. Aria fetida, una cappa che incombe sopra la testa. Non cambia, nelle grandi città dei Balcani, il panorama di ogni inverno. Panorama dominato dall’inquinamento da stufe a carbone, vecchi diesel e centrali a lignite. E dagli allarmi sullo smog che come in ogni stagione fredda si sprecano, mentre soluzioni concrete latitano.

Allarmi come quello lanciato nei giorni scorsi in Bulgaria, dove la locale Agenzia esecutiva per l’ambiente ha reso pubblico l’ultimo rapporto annuale sulla qualità dell’aria. Un rapporto preoccupante, che rivela che il 78% dei bulgari respira un livello di Pm10 superiore ai limiti, contro una media Ue del 19%. Gli indiziati numero uno per l’aria avvelenata sono sempre i soliti, comuni anche agli altri Paesi dell’area: «riscaldamento domestico» (52%), spesso a carbone o nafta, ma anche i «mezzi di trasporto» (16%), hanno segnalato i media locali. Fumi che, secondo dati contenuti nell’ultimo rapporto dell’Agenzia europea per l'ambiente (Aea), nel 2014 hanno contribuito a oltre 13mila morti prematuri per inquinamento nella sola Bulgaria, sui 534mila stimati in tutta la Ue.

Ma la Bulgaria non è un’eccezione negativa in una regione dove secondo dati Oms del 2016 sei città balcaniche si collocano nella classifica delle primi dieci con maggiore inquinamento da Pm 2,5, con Tetovo, Tuzla e Skopje sul podio. E Dimitrovgrad, Pljevlja e Bitola, in Macedonia, a breve distanza.

E un salto oltre il confine è proprio la Macedonia a fare ancora peggio, con vari allarmi lanciati nelle scorse settimane per il superamento costante dei limiti di inquinamento a Skopje, Tetovo, Bitola, in particolare a causa del riscaldamento domestico, ha affermato giorni fa il portavoce del governo, Mile Bosnjakovski, dopo un meeting interministeriale dedicato proprio al problema smog a Skopje.

Skopje dove ogni anno, secondo dati dell’Oms, sono 1.300 le morti anticipate per inquinamento atmosferico. «L’aria è così mefitica che si può sentire il sapore» dello smog «in bocca», racconta Ljubica Dimishkovska, residente nella capitale macedone, esperto in una Ong locale. E mamma. «Evitiamo di uscire il pomeriggio e proprio ieri ho comprato una mascherina», aggiunge. Ljubica che teme per la figlia piccola. «Come genitore mi sento impotente e sono arrabbiata con le autorità, che non fanno nulla» per prevenire il problema.

Poco è stato fatto finora anche nel vicino Kosovo, dove solo un giorno su quattro l’anno scorso ha ottenuto il voto «buono» secondo le misurazioni locali dell’aria, ha specificato in passato uno studio di Peer Educators Network e Science for Change Kosovo. In Kosovo lunedì, in occasione di un dibattito sul tema smog, il ministro dell’Ambiente Albena Reshitaj ha specificato che nel Paese almeno «800 persone muoiono ogni anno per l’alto grado di inquinamento». Anche in Montenegro i problemi sono seri, con «Podgorica e Pljevlja», sede dell’unica centrale a carbone del Paese, dove «i limiti» previsti dalla legge sulle particelle sottili «vengono regolarmente superati» ogni giorno, ha confermato nei giorni scorsi Borko Bajić, dell’Istituto montenegrino per la salute pubblica. E in Serbia, dove i morti prematuri per smog, sempre secondo dati dell’Oms, sono 5.400 all’anno. Così come in Bosnia (231 morti premature per smog su 100mila abitanti), dove ieri - non è una novità - i dati sulla qualità dell’area variavano dal «non sano» di Tuzla al «pericoloso» di Sarajevo.

«La situazione è molto difficile e le autorità non hanno una chiara strategia» per contrastare l’inquinamento, a parte qualche passo avanti, come «il divieto di circolazione in caso di smog eccessivo» per i veicoli più vecchi. Ma in inverno, «quando la gente deve usare carbone e legna, siamo esposti a un livello altissimo di inquinamento», spiega al Piccolo Rijad Tikvesa, presidente dell’Ong Ekotim. La cosa più grave, chiosa Tikvesa, è che anche in Bosnia, così come in Serbia, si continua a puntare sul carbone. Con la «firma di un accordo» per un prestito di 600 milioni di euro dalla Cina per costruire un nuovo blocco della centrale termoelettrica di Tuzla. Già oggi una delle città più inquinate dei Balcani.